martedì 10 aprile 2012

Be, have... behave!

Ridendo e scherzando, senza alcuna velleità, la mia mente mi ha messo di fronte ad un aspetto che ho paura faccia parte del mio carattere.
Durante una conversazione in inglese ho avuto difficoltà a trovare il verbo per tradurre "comportarsi"...  quando ormai non serviva più e credevo di essermi già dimenticato di questo dubbio, più precisamente già rilassato a letto, la mia mente se ne esce con un banalissimo "behave"... ma come fai a non ricordarlo! Più facile di così, è la composizione delle due parole più usate in tutte le lingue... essere e avere, to be e to have... ma certo, si sa che l'inglese è concreto, comportarsi cos'è se non un tendere all'essere o all'avere.

Nuda e inesperta come una bambina, la mia mente ha cominciato a filosofeggiare sul legame tra comportarsi, essere ed avere.

Ma certo, dai, pensa a una conversazione. Il tuo comportamento, le tue risposte, saranno sicuramente influenzate da chi e come sei se reagisci spontaneamente, altrettanto si può essere influenzati da quello che si ha o da cosa si vuole ottenere dalla conversazione.

Pensa alla conoscenza, alla cultura fine a se stessa, che ti appaga anche solo a livello mentale, come il piacere di un bel film o dell'ultima pagina di un libro, oppure pensa alla conoscenza come possesso di informazioni, utili per qualsiasi tipo di baratto o forma di marketing di se stessi.

Senza andare su banali diatribe politiche o altrettanto facili buonismi caritatevoli, a me interesserebbe capire come mi comporto, quanto il mio "avere", la mia avidità, la mia ricerca di autorità e ragione, la mia bramosia, il mio amore come oggetto e non come atto di amare influenzino il mio comportamento e mi portino lontano da chi sono, da mio "essere".

Davanti ad un bel fiore, come mi comporto? Sento la necessità di coglierlo per averlo e mostrarlo oppure resto in estatica osservazione per godermi quello spettacolo?

Un amore come lo vivo? In maniera condizionata, con gelosie e senso di possesso, oppure come vero e proprio atto d'amore, lasciando l'altra persona libera di essere e amando quello che è?

Ho letto che la propensione verso l'uno o l'altro dei due comportamenti nasce dentro di noi da neonati in maniera quasi casuale.

Se piangi perché hai fame e la pappa ritarda per futili motivi o piangi perché hai sonno e qualcuno col pretesto di calmarti non la smette di starti addosso, piano piano ti sposti verso l'"avere", verso il desiderare che non viene appagato subito. Nella vita quindi non amerai desiderare a lungo e cercherai di giungere in tempi brevi agli obiettivi e quindi ti coinvolgerai con persone che appagheranno velocemente le tue esigenze. Una volta soddisfatte però cercherai attivamente nuovi possessi, nuovi appagamenti.

Di contro, se la mamma ti porta la pappa quando non hai fame, ti costringe a mangiare, vengono violati i tuoi desideri, ottieni quello che non vuoi. Questo ti porterà ad amare il desiderare più che l'ottenere ed a raggiungere i tuoi obiettivi in tempi più lunghi. Quindi ti coinvolgerai con persone che non appagheranno le tue esigenze, e se verranno soddisfatte cercherai nuove fonti di desiderio in maniera passiva, lasciando che gli altri guidino il gioco per aumentare il desiderio il più possibile.
Ho paura a darmi una risposta anche se so benissimo verso cosa sono più orientato.


Spero davvero sia solo filosofia o psicologia spicciola, un esercizio quasi come la lettura di un oroscopo... perché guardarsi indietro fa male, avanti sempre peggio... non può essere tutto racchiuso in questi schemi, anche se ci guardi dentro e ti ci rivedi... è pura ipocondria...

Io lo so già che esiste qualcosa che mi riempie, che non mi fa sentire incompleto, che fa perdere di significato allla predominanza di desiderio o possesso... tutto sta nel riconoscerlo e nell'accettarlo.

Comunque domani faccio quattro urli alla mia mamma... tutta colpa sua!

domenica 4 marzo 2012

Caro amico ti scrivo, e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.

Ciao Lucio,
oggi il tuo funerale. A uno come te, che ti sei sempre divertito a giocare con la vita e a prenderla per la coda tanto un giorno dovrà finire, sembrerà normale, ma per me c’è un fondo di ironia… 4 Marzo 1943, tutti sanno quando sei nato… e adesso, 4 Marzo 2012, trentamila persone festeggeranno il tuo compleanno, nella tua Piazza Grande, piangendo la scomparsa di un amico, uno strano amico… un vizioso delle parole, un Re Mida della musica, tutto con te diventava musica e poesia.
Come scordare il giostraio zingaro, Sonni Boi che arriva al parco della luna con i cavalli di legno e la sua donna Fortuna…
Sonni Boi ha disegnato sulle braccia la mappa delle stelle.
Di notte va a caccia e con il cavallo raccoglie chi si è perduto.
Anch'io quante volte da bambino ho chiesto aiuto
quante volte da solo mi sono perduto
quante volte ho pianto e sono caduto
guardando le stelle ho chiesto di capire
come entrare nel mondo dei grandi senza paura, paura di morire.
Come uno zingaro seduto su un muro gli occhi nel cielo puntati sul futuro
Dei suoi mille figli non ricorda un viso ne ha avuto uno per coltello
ha fatto un figlio per ogni nemico ucciso.
Sonni Boi non è cattivo ha perfino sorriso guardando
Fortuna accarezzandole il viso.
Li ho visti abbracciarsi come bimbi nel parco della luna

Come non sognare sulle parole di Cara…
Quanti capelli che hai, non si riesce a contare
sposta la bottiglia e lasciami guardare
se di tanti capelli, ci si può fidare.
Conosco un posto nel mio cuore
dove tira sempre il vento
per i tuoi pochi anni e per i miei che sono cento
non c'è niente da capire, basta sedersi ed ascoltare.
Perché ho scritto una canzone per ogni pentimento
e debbo stare attento a non cadere nel vino
o finir dentro ai tuoi occhi, se mi vieni più vicino.........

Come non dedicare al mio amore Stella di mare…
che le stelle della notte fossero ai tuoi piedi
che potessi essere meglio di quello che vedi
avessi qualcosa da regalarti
e se non ti avessi uscirei fuori a comprarti
stella di mare tra le lenzuola la nostra barca
non naviga vola, vola, vola!

Come non sentire colonna sonora di un proprio fallimento Mambo…
cosa faccio nudo per strada mentre piove
e c'è di più, non dormo da una settimana,
per quel cuore di puttana
sono andato al cinema e mi han mandato via
perché piangevo forte e mangiavo la sua fotografia
e tu, e tu
datemi un coltello, un coltello per favore
dov'è quel cuore marziano
se ne è andata sbattendo la porta e avevo in mezzo la mano
dov'è la diva del muto
è una minaccia per tutti il suo cuore, il suo cuore ad imbuto
dov'è, dov'è, dov'è
scende dal tram e si avvicina e fa due passi di Mambo
si sente molto furba e carina dice:
con te non ci rimango
io col cuore in cantina, ma sono un uomo e dico: vattene via
leva il tuo sorriso dalla strada e fai passare la mia malinconia
e porta via gli stracci, i tuoi fianchi e quella faccia da mambo
e quella falsa allegria per trasformare in sorriso anche l'ultimo pianto

Potrei continuare per giorni a cantare i testi delle tue canzoni, quelle che sono state compagne delle mie emozioni e dei miei sentimenti per tutta la vita… ma non credo di averne bisogno, come non ho bisogno di dirti addio, continuerai ad essere parte di me, di quello che sono e di quello che sarò.
Ciao fratello… e come dici tu, è eterno anche un minuto, ogni bacio ricevuto dalla gente che ho amato.
Il mio Lucio Dalla:
-          Stella di mare
-          Cara
-          Il Parco della Luna
-          La sera dei miracoli
-          Mambo
-          Balla balla ballerino
-          Meri Luis
-          Siamo dei
-          Futura
-          Cosa sarà
-          L’ultima luna
-          Tango
-          Piazze Grande
-          L'anno che verrà
-          Caruso
-          Anna e Marco
-          Se io fossi un angelo
-          Soli io e te

-         4/3/1943
-          Henna
-          Ayrton
-          Disperato erotico stomp

... e troppe altre!

sabato 14 gennaio 2012

Il cavallo di legno


Non ci sono spiragli, c'è poca luce, è inutile.
La mente focalizza sui dettagli e reinventa l'insieme.
Si concentra su una parola e riscrive l'intera pagina di un libro.
A cosa serve parlare se esiste un interpretare.
A cosa serve spiegare se non fa comodo capire.
A cosa serve provare se gli attori non sono pronti.
È inutile, tutto inutile.
Ogni gesto è solo un fotogramma di un film senza trama.

Non resta che scendere da questo cavallo di legno, stanotte nessuno raccoglierà chi si è perduto, sedersi sul muro e stare a guardare questo parco senza più cercare di capire.
Ho bisogno solo della mia Marlboro.

venerdì 2 dicembre 2011

La forza del destino di Marco Vichi

“Non mi ha mai appassionato l’abilità di costruire grandi trame; preferisco la storiella senza trama che, in realtà, contiene la profondità dei personaggi, la visione di un momento storico o, nell’attualità, lo sguardo preciso su una certa realtà”[1].  Questo pensiero di Vichi ci da una chiave di lettura di tutti i suoi lavori, compresa l’ultima avventura del commissario Bordelli, La forza del destino.
La sua narrativa non ha le tinte di un giallo, non ha trame ingarbugliate, indizi e colpi di scena che ti invoglino a sfidare l’autore nell’arrivare alla soluzione dell’intreccio, ma al contrario ha l’aspirazione al racconto di periodi storici, di persone realmente incastonate nelle proprie atmosfere, di rapporti interpersonali, di difficoltà generazionali, insomma, ha la forza del romanzo sull’animo dell’uomo. Non stupore, quindi, ma emozione è quello che se ne trae dalla lettura delle sue pagine.
La brutta storia di Giacomo Pellissari, ragazzino stuprato e ucciso da dei potenti che ancora una volta avevano giocato con la vita di un innocente, e la violenza su Eleonora, che pesava come un macigno sulla coscienza del commissario, sono una scusa per andare a frugare negli abissi dell’uomo e portare a galla un’intera visione del mondo e della vita.
Un  po’ come in Maigret o Montalbano, quello che stupisce è l’idealismo di Bordelli, il suo bisogno di soccorrere l’uomo, sofferente in un mondo ingiusto, la sua aspirazione ad essere Davide con la fionda in mano pronto a colpire il gigante Golia. Il senso di giustizia del commissario non è quello dettato dalle leggi, ma quello del bene e del male nel contesto sociale. Partigiano che ha lottato per liberare l’Italia e restituirgli un’equa giustizia non può che essere deluso dal mondo che lo circonda, non riesce a condannare a livello umano chi delinque per necessità o per fame.
Il commissario Bordelli disegnato da
Werther Dell'Edera in Morto due Volte
«Il mondo era uno schifo, e pensare di guarirlo era un’illusione. Quello che si poteva fare era ricucire i piccoli strappi, anche se l’intero tessuto era marcio. Era solo un modo per non rassegnarsi alla sconfitta, per non soccombere, per non lascare la regola senza eccezione. Una volta tanto gli intoccabili avrebbero pagato per le loro colpe, fino alle estreme conseguenze.»
La piccola Firenze degli anni ‘60, fatta di persone con semplici rapporti, di collettività, messe a dura prova dal dopoguerra e catastrofi come l’alluvione, e di microcriminalità indubbiamente molto diversa da quella che siamo abituati a conoscere nella nostra epoca, danno una mano a Vichi nel suo romanzare e a Bordelli nella sua personale esegesi della giustizia.
Personalmente reputo La forza del destino un bel libro, non al livello di Morte e Firenze, ma comunque una piacevolissima lettura fatta di atmosfere, colori e odori che sa davvero emozionare. Tuttavia non condivido l’eccessiva spinta verso il “bene a qualsiasi costo”, non condivido l’arrivare a farsi giustizia da solo laddove la legge nulla avrebbe potuto, macchiandosi addirittura di tre omicidi (senza contare l’abuso di ufficio, se me lo passate, per l’uso della volante della polizia e il contrabbando di soldi falsi in cambio del silenzio del Botta, complice dell’ultimo omicidio). Soprattutto poi non mi piace l’avere come mandante, o meglio come complice, il destino, capace di giustificare le azioni sgombrando il campo dalle difficoltà nel compierle.
In sostanza l’ho un po’ con Bordelli perché capisco il suo lasciare il ruolo di commissario, «Quando non si rispettano le regole del gioco, è bene smettere di giocare.», ma non digerisco proprio il suo svilire il senso di lealtà e giustizia cui ci aveva abituato, scendendo al livello così basso, quello dei tre assassini, sebbene animato dai più nobili intenti. La forza del destino avrebbe potuto offrire vendette migliori e senza macchiare Bordelli di azioni così infami. Non siamo in guerra, non può Vichi paragonarlo a un partigiano che può evitare un massacro di bambini sparando a un nazista, facendosi addirittura dare l’avvallo da un uomo di chiesa, padre Lenti (pag. 281), mentre cerca di rimproverargli che «L’unica giustizia è quella di Dio, a cui l’uomo non può sostituirsi.».
Ringrazio tantissimo Vichi per avermi di nuovo regalato quelle atmosfere semplici ma goderecce come le passeggiate nei boschi, le cene con gli amici, libro, camino e bicchiere di vino. Ancora, lo ringrazio per le ricette culinarie del Botta[2], ma soprattutto per i consigli letterari che per la  prima volta ci ha dato, da Un eroe del nostro tempo di Lermontov a Memorie dal sottosuolo e L’eterno marito di Dostoevskij.
Un paio di curiosità trovate nel libro. Se vi chiedo chi è Lorenzo degl’Innocenti? «.. si mi sembra… dai, si quello… cacchio, ho appena finito il libro, dovrei ricordare… ah! Ecco! Il vigile notturno che da l’allarme per l’omicidio dell’Avv. Beccaroni!»… giusto, semplificando non poco il lavoro di Bordelli, ma credo sia anche un tributo di Vichi a quel Lorenzo degl’Innocenti, voce di Bordelli nell’audiolibro ed in tutte le sue “apparizioni pubbliche”. La seconda nota, un po’ meno goliardica, si trova al cimitero di Ponte agli Stolli dove Vichi ci riporta l’incisione di Norina Macelloni, morta il 30 febbraio 1919.
Visto il finale del libro adesso non resta che aspettare la prossima avventura del commissario Bordelli, magari alle prese con il rivoluzionario sessantotto approfondendo il tema delle incomprensioni generazionali già accennato nel Il nuovo venuto. Comunque, alla presentazione del libro, Vichi ed il suo editore hanno parlato dei progetti futuri, come l’uscita di un nuovo lavoro, senza Bordelli, dal titolo “La vendetta”, e di una antologia sulla follia.
Staremo a vedere… meglio staremo a leggere!... anche perché, nonostante il fantasticare dei sui fan sul vederlo in TV[3], non credo che questo romanzo sia cinematografico.






[1] Intervista a Vichi riportata nella tesi di laurea di Laura Fresina, “Il giallo in Toscana: autori, protagonisti, paesaggi”.
[2] Sta diventando famosa la Bistecca del Botta, col latte e il finocchio: “Metti le bistecche di maiale (meglio se non troppo alte) in una padella con un po' d'acqua e falle cuocere bene da tutti e due i lati, finché l'acqua non è evaporata quasi del tutto. Aggiungi un bicchiere di salsa di pomodoro e rigira più volte le bistecche. Poi aggiungi un bicchiere di latte e una manciata di semi di finocchio, e quando la salsa comincia a bollire abbassa il fuoco e fai ritirare il liquido senza coperchio, fino a che la salsa non diventa densa al punto giusto. Poi togli la padella dal fornello, coprila con un coperchio e lasciala in pace per un paio di minuti."
[3] Un cast che condivido con gli amici del gruppo Il Commissario Bordelli su facebook è:
Bordelli: Ennio Fantastichini (me ne assumo la paternità!), Andrea Giordana, Favino
Rosa: Stefania Sandrelli
Diotivede: Paolo Poli
Botta: Alessandro Haber
Dante: Gigi Proietti

sabato 12 novembre 2011

Warrior (2011)

La locandina
 Regia: Gavin O'Connor.
con: Nick Nolte, Tom Hardy, Joel Edgerton, Jennifer Morrison, Kevin Dunn, Frank Grillo, Kurt Angle, Jake McLaughlin

Mamma mia che film! Un capolavoro.
Calma, ascoltate questo pezzo mentre leggete,  About Today – The National  di Mark Isham (http://youtu.be/tDeLWUxvDic). Iniziamo.
Ero pronto, quasi controvoglia a dire la verità, a vedere un film sulle arti marziali, votato alla fisicità e alla potenza visiva dei combattimenti, alla Van Damme per intendersi.
Sapevo che il regista è O’Connor, conosciuto con “Pride and Glory”, film che ha deluso qualcuno ma non certo uno sfegatato di Edward Norton come me.
Sapevo che gran parte delle scene erano girate con steadycam, l’odiata telecamera a mano, che se usata disgraziatamente è capace di rovinarmi la serata.
Paddy Conlon (Nick Nolte)
Ma già dalle prime scene si percepisce che c’è molto di più. Il film si apre con una auto che vaga mentre la radio recita parole di “Moby Dick”. Dall’auto scende il nostro capitano Achab, uno strepitoso Nick Nolte nei panni di Paddy Conlon, ex pugile alcolizzato e violento, capace di distruggere una famiglia. Ma è proprio la sua interpretazione a stupire. Ti aspetti in lui la sete di vendetta come nel personaggio di Melville, ma capisci subito dall’incontro con il figlio che la sua maledetta balena bianca è la redenzione, la ricerca del perdono, unica cosa che possa fargli far pace con quello che è stato.  Bene fa O’Connor a far apparire il titolo del film sulle sue spalle a caratteri cubitali, “WARRIOR”, perché sarà lui il vero guerriero del film.

Tommy (Tom Hardy)
Su questo sfondo vengono presentati gli altri due protagonisti, sia della disgrazia famigliare che del film, i suoi figli. Tommy (la rivelazione Tom Hardy già protagonista in “Inception” e “Black Hawk Down” di Ridley Scott), ex-prodigio del Wrestling, marine disertore dalla guerra in Iraq, che ha perso per la seconda volta la sua famiglia in guerra per colpa del fuoco amico, un ragazzone introverso, impacciato, con lo sguardo basso e l'aria da cane bastonato, uno alla Rocky per intendersi (lo evidenzia il regista mettendo in bocca ad un poveraccio, campione mondiale dei pesi mesi, che perderà i sensi dopo un suo destro, lo sbeffeggio “hey Rocky, che fine hanno fatto Paulie e Mickey?”). Ma quando sale sul ring la sua rabbia esplode come una bomba, una violenza cieca impressionante, fulminea e devastante… fa veramente paura.

Brendan (Joel Edgerton) e 
il coach Frank (Frank Grillo) 
L’altro, Brendan (Joel Edgerton), ex-lottatore diventato professore di fisica, che ha scelto come scudo la realizzazione di una propria famiglia, padre di due figlie, una malata di cuore, a cui la banca sta portando via la casa, un tipo alla Cinderella Man, con la rabbia e la grinta di chi combatte per qualcosa. Si presenta sul ring come l’antitesi del fratello, niente istinto, ma fredda lucidità e calma nella ricerca del momento giusto, tant’è che viene allenato da un coach sui generis, che associa al combattimento l’”Inno alla gioia” di Beethoven per infondere tranquillità mentale, la sola capace dominare la rabbia (a proposito sentite questo capolavoro di Isham, Listen to the Beethoven, http://youtu.be/oI7zGCA3V1w).

Tommy nella gabbia
Con storie diverse, raccontante dal regista con identica dedizione, senza preferenze (non come aveva fatto il padre preferendo il vincente Tommy), arrivano al torneo di Sparta, un torneo di MMA (Mix Martial Art), una particolare disciplina sportiva il cui regolamento consente l’utilizzo sia di tecniche come calci, pugni, gomitate e ginocchiate, sia di tecniche di lotta più articolate, quindi con combattimenti nella in una gabbia di ferro molto spettacolari e adatti al cinema. Il premio all’unico vincitore saranno cinque milioni di dollari.


A questo punto del film, a un’ora dalla fine, O’Connor, ti fa già capire quale sarà la fine, chi combatterà in finale del torneo e chi dei due vincerà. Questo di solito fa perdere di interesse al film, ma qui sortisce l’effetto contrario, fa perdere di interesse al contorno del film, la lotta, e pone l’attenzione sulle emozioni dei protagonisti. Gli sguardi, i pugni, le schienate diventano trama narrativa, tutto il sentimentalismo passa attraverso i gesti, ci si emoziona non con le parole o con i drammi, ma con i cazzotti.

Il punto di incontro tra le due storie, lo scontro finale
Gli incontri diventano comunicazione, parlano dell’America di oggi, del fallimento del sogno americano basato sulla famiglia, la casa e i soldi, da un lato per la crisi economica e dall’altro per il trauma collettivo di una guerra senza fine, quella irachena. Da sempre gli sport come la boxe sono un ottimo veicolo per portare in scena la lotta dell’uomo singolo contro il mondo, ma in Warrior è tutto veramente perfetto, armonia di gesti, sguardi e fisicità… quando esci dalla proiezione non avresti voglia di indossare guantoni e scaricare l’adrenalina, cerchi solo di contenere grosse emozioni e mascherare qualche lacrima.
Il momento emotivamente più devastante, il combattimento finale, finisce con un piccolo tocco sulla spalla, dopo la violenza dei colpi, un semplice gesto affettuoso chiude l’incontro, anzi meglio chiude il dramma di due fratelli separati da troppo tempo finalmente di nuovo uniti. Escono abbracciati, uno a sostegno dell’altro, tra la folla, vengono verso di noi, ma non si fermano, ci passano e scompaiono… ero talmente scosso emotivamente che ci sono rimasto male perché non sono stati immortalati in quel momento così importante!
Lo strepitoso "capitano Achab"
E comunque, mentre ognuno di loro ha trovato e sconfitto la propria balena bianca, sullo sfondo il padre, li guarda abbracciati e si arrende alla sconfitta, con un sorriso sarcastico a celare il suo grande dolore per un perdono che non otterrà mai!






Ecco la lista tracce della colonna sonora (http://youtu.be/EzMALpP4r4g), composta e prodotta da Mark Isham:
Soundtrack front
1. Listen to the Beethoven
2. Paddy & Tommy
3. Sparta – Night One
4. I Can’t Watch You Fight
5. Koba
6. Hero
7. Brendan & Tess
8. The Devil You Know
9. Stop the Ship (Relapse)
10. Warrior
11. Brendan & Tommy
12. About Today – The National

martedì 8 novembre 2011

This must be the place (2011)

Scritto e diretto da Paolo Sorrentino.
con: Sean Penn, Judd Hirsch, Kerry Condon, Eve Hewson, Harry Dean Stanton, Frances McDormand.
 
Sean Penn nei panni di Cheyenne
Cheyenne è una rock star, celebre negli anni ottanta come leader del gruppo musicale Cheyenne & The Fellows, che nonostante si sia ormai ritirato dalle scene si veste e si trucca come quando saliva sul palco, ricordando sicuramente Robert Smith dei The Cure, con il look black, capelli cotonati, occhi truccati, rossetto fissato a lungo con un velo di cipria, smalto e Dr. Martens ai piedi. Io comunque ci ho rivisto anche un po’ di Ozzy e, parecchio, Johnny Depp in Edward Mani di Forbice.


Robert Smith frontman dei The Cure
 Con un preambolo del genere la colonna sonora appare molto importante e Sorrentino paga dazio ad una sua passione, i Talking Heads. This must be the place (http://youtu.be/Pekng82ME48) è il titolo di un loro pezzo contenuto in “Speaking in Tongues” del 1983 e David Byrne, oltre a curare la colonna sonora del film insieme al cantautore, per me sconosciuto, Will Oldham, interpreta il ruolo di se stesso nel film.
A me è piaciuta un sacco Lay & Love  dei The Pieces Of Shit (http://youtu.be/9Zg6svDmc6o), band fittizia con brani cantati da Michael Brunnock (ragazzo trovato su MySpace) e scritti dai due artisti.


Eve Hewson

In quanto a spunti musicali, poi, Sorrentino ha voluto abbondare, nel cast troviamo anche Eve Hewson, figlia di Bono Vox degli U2, nel ruolo di una gothic punk fan di Cheyenne a cui è scomparso misteriosamente un fratello.
Ma torniamo al film. Si articola in due fasi.
La prima statica, nella statica Dublino con un Cheyenne fermo nel suo esilio volontario in un piccolo mondo bloccato in un lutto strisciante, legato al fallimento del suo mondo di musica, senza arte, che nonostante tutto lo ha portato ad essere idolatrato ed ascoltato in contenuti che hanno portato solo alla depressione e alla distruzione di alcune vite di giovani deboli. Anche l’emergere di questo aspetto nella depressione e nell’ansia intrisa in Cheyenne, lo vedo come uno scotto da pagare alla francamente inutile esaltazione della contrapposta vena artistica di Bryne. A me lo spettacolo a cui assiste mentre piange il padre (non al suo capezzale ne al cimitero, ma in un locale mentre assiste ad un concerto!!!) in cui Bryne fa sollevare una scenografia mentre canta la canzone fulcro del film ha fatto solo ridere e messo un po’ di tristezza.
La vena artistica di Bryne
La spinta a superare ed a liberarsi della propria immagine viene data a Cheyenne dalla morte del padre, persona che si è rifiutato di conoscere perché aveva deciso in adolescenza che non lui gli voleva bene. La presa coscienza della vita del padre, ruolo che lui ormai non potrà più interpretare, e della sua perseveranza a vendicarsi di una umiliazione subita da un ufficiale nazista, aprono la rock star ad un viaggio introspettivo che lo porterà a diventare finalmente uomo e forse ad una accettazione del suo passato e delle proprie follie.
Si apre cosi la seconda fase, quella del movimento, quella della grande America, quella in cui si passa dal mondo fittizio della musica  a quello definitivo della Storia.  Cheyenne naviga verso New York (ha preferito vedere il padre già morto piuttosto che sfidare la paura del volo, proprio come un bambino, mentre al ritorno prende un aereo fumando una sigaretta, altra cosa di cui non aveva mai avuto necessità, proprio come i bambini) e inizia la ricerca del nazista, che il padre non ha mai portato a termine, e con una astuzia e preparazione che ancora adesso, a sipario calato, non riesco proprio a cucirgli addosso poiché in netto contrasto con i lineamenti costruiti sul suo personaggio, come fedeltà coniugale, altruismo, generosità e spontaneità, riesce ad avere successo, circuendo un amico facoltoso per farsi prestare il preziosissimo Pick-up, una vecchia insegnante di storia, moglie del nazista, e sua nipote, facendola innamorare.
Anche se sono impeccabili la fotografia di Bigazzi e la sceneggiatura di Sorrentino con dialoghi e perle di saggezza meravigliosi, qualcosa mi ha disturbato come dice spesso Cheyenne, ma differenza sua, ho capito cosa, la trama e la leggerezza delle troppe tematiche affrontate all’acqua di rose.
Seguiamo uno straccio di Olocausto, ma come il protagonista, Sorrentino sembra ammettere di non saperne poi molto, accenniamo appena altri temi su sfondo razziale, come quello degli indiani d’America, ridotti in silenzio nelle loro riserve sulle Montagne rocciose (ricordiamo il passaggio sul Pick-up al distinto e silenzioso signore indiano che scende di corsa e si addentra nella riserva… a proposito il furgone si chiama Big Horn, vi dice niente!) e addirittura penso di vedere nella scena del bisonte una rappresentazione della capacità dell’uomo di nuocere avendone provocato l’estinzione.
Insomma, un sacco di spunti anche interessanti (abbiamo addirittura conosciuto l’inventore del Trolley!!!), un sacco di riflessioni (l’innocenza della nipote del nazista, l’armaiolo filosofo che spiega il legame fra assassinio e impunità, la vendetta umanamente condivisibile unica capace di redimere un’umiliazione) trattate però in maniera discontinua e poco approfondita. Un potpourri di argomenti, trattati in ascensore o in un fast food, divertente ma un po’ deludente vista la presunta fama di opera d’arte.
Cheyenne e il suo trolley, la sua "coperta di Linus"
Poi, va bene che non sono un esperto, ma ho dovuto ragionarci molto uscito dalla proiezione per avere risposte a molte domande a cui non mi sembrava di aver avuto risposta.
Adesso che ci penso, una ancora mi è rimasta… mentre lui si sbronza a Jägermeister, un flash di regia ci fa vedere la moglie correre incontro a qualcuno che pare essere ritornato, ma chi? Il fratello della fan? Ma se la madre nelle ultime scene del film è ancora li alla finestra ad aspettarlo? Chi mi da’ una mano? (Scena finale http://youtu.be/-j8ggBWBx-M)
In chiusura la colonna sonora:
1.            Gavin Friday - Lord I'm Coming
2.            The Pieces Of Shit - Lay & Love
3.            The Pieces Of Shit - Open Up
4.            Mantovani & His Orchestra - Charmaine
5.            Daniel Hope, Simon Mulligan - Spiegel Im Spiegel
6.            Trevor Greene - This Must Be The Place (Naive Melody)
7.            David Byrne - This Must Be The Place (Naive Melody) (Live)
8.            Julia Kent - Gardermoen
9.            Jonsi & Alex - Happiness
10.          The Pieces Of Shit - Eliza
11.          Iggy Pop - The Passenger
12.          The Pieces Of Shit - You Can Like It
13.          Brooklyn Rider Achille's Heel - Second Bounce
14.          The Pieces Of Shit - If It Falls It Falls 
15.          Gloria - This Must Be The Place (Naive Melody) 
16.          Nino Bruno e Le 8 Tracce - Every Single Moment In My Life Is A Weary Wait
17.          The Pieces Of Shit - The Sword Is Yours

martedì 1 novembre 2011

Dedicata...

a noi che la mattina abbiamo bisogno di una danza maori per iniziare la giornata con un po' di grinta
a noi che ci vestiamo di nero per rispetto alla nostra sconfitta, non a quella dell'avversario come fanno gli All Blacks
a noi che aspettiamo che la musica tiri il filo giusto della marionetta che siamo diventati in balia di troppi padroni
a noi che viviamo il presente non vedendo l’ora che finisca, crediamo che il passato non conti e che il futuro... beh, godiamoci il presente perché c’è ben poco da sperare
a noi che ci sentiamo la somma di scelte sbagliate consapevoli che le lezioni si imparano sempre a posteriori, quindi non aiutino, e che crediamo che l’esperienza non è ciò che accade ad un uomo, ma ciò che ne fa di ciò che gli accade (Aldous Leonard Huxley dal film “A Single man “di Tom Ford)
a noi che ogni volta che troviamo qualcuno che ci ama vorremo cantargli alla Jim Morrison "Love me two times", ami per oggi e per domani, perché domani io non ci sarò, me ne sto andando, in guerra, con me stesso e con il mio carattere
a noi che ogni volta che investiamo su qualcuno ci troviamo riversi sull’asfalto ed è sempre più difficile rialzarsi, magari con in testa l’unico ritornello di “Karma Police” dei Radiohead che ci ricordiamo «… I lost myself… I lost myself… I lost myself…»
… e per te, che con il tuo passato troppo presente, che con i tuoi stupidi eccessi alla ricerca di considerazione e sicurezza che da solo non riesci a darti, non sei mai riuscito veramente a credere in…

Tempi Come Questi

Sono un'autostrada a una sola corsia
Sono quello che se ne va,
ma poi ti segue fino a casa
Sono un lampione che illumina
Sono una luce selvaggia che ti acceca col suo bagliore
e che brucia solitaria

E' in tempi come questi che impari a vivere di nuovo
E' in tempi come questi che dai e dai ancora
E' in tempi come questi che impari ad amare di nuovo
E' in tempi come questi che hai tempo ed altro tempo

Sono un nuovo giorno che nasce
Sono un cielo nuovissimo
a cui appendere le stelle stanotte
Sono indeciso,
rimango o me ne vado
e mi lascio tutto alle spalle?

E' in tempi come questi che impari a vivere di nuovo
E' in tempi come questi che dai e dai ancora
E' in tempi come questi che impari ad amare di nuovo
E' in tempi come questi che hai tempo ed altro tempo